C’è un anno che segnò una nuova tappa per il Cammino di Santiago: il 1987.
Un anno dopo partii da Pamplona. Non potevo immaginare quanto sarebbe cambiato quel cammino, né quanto sarebbe cambiato il mio modo di ricordarlo.
Ciò che vidi prima che si affollasse
Camminai per la prima volta nel 1988. Partii da Pamplona durante San Fermín — il caos dei tori, il vino, la folla — e il giorno dopo, all’alba, cominciai a camminare verso il silenzio.
Ricordo i rifugi gratuiti, i pochi pellegrini che incontravamo e quel tempo che sembrava dilatarsi. Nessuno contava i chilometri ad alta voce. Non avevamo telefoni cellulari, né sentivamo il bisogno di raccontare a ogni istante dove fossimo.
C’era soltanto questo: tu, il cammino e ciò che andavi trovando dentro di te.
Senza pubblico. Senza bisogno di apparire.
Per me, il Cammino era un segreto che la gente si passava sottovoce. E in quella discrezione risiedeva gran parte della sua forza.
Paco el Barba
Un giorno, in un paese di cui non ricordo più il nome, un canadese che camminava con noi si fece male a un ginocchio. Deviammo in cerca di un alloggio. Trovammo una festa contadina: una lunga tavola all’aperto e intere famiglie che ridevano e bevevano vino rosso.
Un uomo si alzò dalla tavola. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle e una barba folta. Tutti lo chiamavano Paco el Barba.
Ci offrì la sua soffitta. Sua moglie preparò il bagno. Portarono da mangiare al canadese. All’alba, Paco ci svegliò con pane, latte caldo e tre bastoni di legno intagliati a mano.
«Vi porteranno fortuna», disse. E tornò dentro.
Senza chiedere nulla. Senza foto. Senza aspettarsi un grazie.
È questo il Cammino del 1988 che resta nella mia memoria.
Che cosa accade quando un cammino si affolla
A volte penso che, quando un luogo diventa molto conosciuto, cambi anche il nostro modo di viverlo. Arrivano nuove esigenze: comodità, servizi, visibilità. Poco a poco, queste esigenze trasformano il paesaggio e l’esperienza.
Il Cammino di Santiago non è rimasto estraneo a questo cambiamento.
Oggi ci sono applicazioni che indicano dove dormire, dove mangiare e quanti chilometri mancano. C’è chi condivide ogni tappa in diretta e chi cammina con gli auricolari. Sono altri modi di viaggiare; io continuo a cercare il silenzio che ricordo.
Non so quanto sia cambiato il Cammino e quanto sia cambiato io. Forse la nostalgia mescola entrambe le cose. Ma mi chiedo se, tra tante comodità, lasciamo ancora spazio all’imprevisto.
Si può ancora camminare davvero?
Sì. Credo di sì.
Il cammino interiore non dipende del tutto da quello esteriore. Penso che il vero pellegrinaggio cominci a casa, molto prima di fare il primo passo.
Puoi percorrere il Cammino Francese in agosto, tra migliaia di persone, con il telefono in tasca, e trovare comunque il tuo momento di silenzio. Il tuo chilometro senza nome. Il tuo Paco el Barba.
Oppure puoi non camminare mai verso Santiago e intraprendere un viaggio profondo nel silenzio della tua stanza, una mattina d’inverno, con un libro e una tazza di tè.
Per me, il cammino ha sempre avuto qualcosa del viaggio interiore. Il paesaggio e gli incontri mi aiutavano a riconoscerlo.
Ciò che Paco mi insegnò senza saperlo
Non so che cosa pensasse Paco della spiritualità. Ciò che ricordo è qualcosa di più semplice: la sua capacità di dare senza calcolare, di aprire la porta senza fare troppe domande, di essere presente per chi aveva bisogno di aiuto.
Con gli anni, quel gesto ha acquistato per me un valore che allora forse non seppi comprendere.
A volte, ciò che cerchiamo in tanti viaggi appare così: in un paese il cui nome si cancella, durante una festa contadina, quando qualcuno offre la propria soffitta a dei pellegrini e, all’alba, regala loro tre bastoni di legno.
Senza foto. Senza pubblico. Senza chiedere nulla in cambio.
Testo basato su un episodio di «Appunti di un viaggiatore scalzo», di Gero Parla.
«Terra», fotografia di Gero Parla. Un’immagine della natura che accompagna questo ricordo del Cammino; non fu scattata durante quel viaggio.